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martedì 25 aprile 2017

Nobel.

Sono una leggenda della diplomazia, la bilancia che mantiene la pace.
Sono il mediatore tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti, ma mai nessuno si è accorto di quanti risultati positivi abbia portato a casa finora. Non c'è nessun Nobel, per me. Al massimo, un gatto.
Sono un mostro delle risoluzioni pacifiche, sono i corpi di Peace Keeping che funzionano davvero. Detengo il record per il maggior numero di crisi di nervi nella storia del mondo moderno, ma sono andato in terapia una sola volta. Ricordo che mi hanno fatto giocare con i Lego e mi hanno chiesto come mi sentivo.
Vivo in un costante 14 Ottobre 1962, coglione. Secondo te, come mi sento?
E non importa quanti anni ho, se sono stanco, se adesso non è il momento, il mio compito è evitare la Crisi e mantenere la Pace. Sempre.
Non posso tirarmi fuori dal gioco, perché sono io stesso il gioco.
Non posso schierarmi da una parte, perché finirei distrutto insieme a loro.
Qualcuno la chiama Mutual Assured Destruction, altri la chiamano Vita. La mia vita.
Sono il filo rosso tra Superpotenze. Sono il cuscinetto, il muro, l'Oceano Pacifico.
Sono il figlio di genitori divorziati.


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Vent'anni di esperienza nel settore.

venerdì 25 marzo 2016

Alla me stessa di due anni fa

e ad ogni altro timido esordiente là fuori.

 

Non avere paura. Se hai scritto un libro dovresti sapere che, statisticamente, lo hanno fatto anche il barista sotto casa tua e il tizio seduto davanti a te in autobus. L’Italia è una paese di scrittori, per cui non sentirti sola. Quella di scrivere è una passione legittima che dovresti continuare a coltivare soltanto perché ti rende felice, ma non aspettarti che ti faccia diventare ricca. Raggiungere la notorietà è difficile, e raramente accade per merito. Sappi che la percentuale di lettori nel nostro paese, è inversamente proporzionale al numero di scrittori, e i pochi lettori che abbiamo dipendono per la maggior parte dalle scelte editoriali delle grandi case editrici di bandiera che, guarda un po’, sono anche proprietarie delle librerie più grandi.

Fatti leggere. Ma non dai tuoi parenti, la cui opinione vale, ma è sicuramente di parte. Fatti leggere da qualcuno che non conosci. Usa Wattpad, o altre piattaforme di scrittura e condivisione. Esci allo scoperto e non avere paura dei giudizi. Se scrivere è quello che davvero ti piace fare, ogni critica e considerazione servirà a farti crescere e a farti migliorarti sempre di più.

Fai le tue ricerche. Prima di pubblicare inizia a sondare il terreno. Sappi che il mondo dell’editoria è diviso in più livelli. In alto ci sono le grandi Case Editrici, molto più in basso ci sono le case editrici di media o piccola larghezza, e ancora più in basso, per qualche strano motivo, ci sono le piattaforme di autopubblicazione online. Non disdegnare a priori il self-publishing soltanto perché ti spaventa l'idea di fare tutto da sola: in America va per la maggiore e non sai che soddisfazione si prova a vedere il TUO libro in vendita, fatto soltanto da te e da nessun altro. Tuttavia, fai bene a considerare l'idea di pubblicare con una casa editrice perché siamo in Italia, e in Italia conta ancora il nome, e non il merito. Scegliere è compito tuo, ma non buttarti ad occhi chiusi. Quel mare è pieno di squali e riuscire a non farsi mangiare sarà difficile. Se le tue ricerche saranno abbastanza approfondite, scoprirai che la maggior parte delle case editrice medio/piccole non fanno editing, né promozione, si evince dunque che sarà compito tuo farle. Dove? Sui Social Network.

Inserisciti nel giro. Mettiti nell’ottica che prima o poi dovrai iniziare ad usare facebook o Instagram o Twitter, non più per scrivere cazzate o per pubblicare foto di gattini, ma per promuovere te stessa e il tuo lavoro. Su facebook scoprirai che esistono gruppi di scrittori e di lettori, ai quali dovrai unirti. Saranno molto utili per farti capire cosa legge la gente e cosa “va per la maggiore”. Questi gruppi ti faranno scoprire anche cosa scrivono i tuoi colleghi, che metodi usano per farsi conoscere e quali post funzionano meglio. Praticamente dovrai fingerti un’esperta di marketing. Sperimenta, prova, sbaglia e poi rifai tutto da capo. Ricorda: lo spam fine a sé stesso NON è utile. Non cadere in tentazione!

Chiedi informazioni. Ogni scrittore ha fatto le sue esperienze e ha qualcosa da raccontare. Chiedi, informati, nessuno ti chiuderà la porta in faccia perché siamo tutti molto orgogliosi delle nostre creazioni. Leggi i libri delle Case Editrici che ti interessano e valuta alcune cose come: la copertina, l’editing e l’impaginazione. Se ti sembra un lavoro sciatto, lascia perdere. Non accontentarti perché pensi che "tanto non sei nessuno". Adesso, non sei nessuno, ma un giorno sarai di certo qualcuno e allora vorrai aver puntato sempre al meglio. Leggi attentamente il contratto e se non hai capito qualcosa, chiedi, chiedi e chiedi. Non è che vogliono fregarti, è che tutti puntano a guadagnare e tu sei l'ultima ruota del carro. It's just how it works.

Buttati. Se andrà bene, ci avrai guadagnato qualcosa. Se andrà male, saprai come fare meglio la prossima volta. Impara da ogni errore che commetti, ascolta i consigli degli altri, valutali, ma non lasciarti mai condizionare. Rimani fedele a te stessa. E continua a scrivere.



Con affetto,
Tabby.

martedì 28 aprile 2015

Ode al pivello

Cosa è giusto aspettarsi da un esordiente di una piccola casa editrice o self published?
Un capolavoro nascosto? Un gioiello della letteraura? O magari un work in progress? Qualcosa di ancora acerbo, ma con buone possibilità di maturare. Il fatto di essere esordienti può giustificare la mediocrità? Dovrebbe esistere un diverso metro di giudizio per valutare le opere dei nuovi arrivati rispetto a quelle dei veterani? Cioè... le cinque stelline per Stephen King valgono come le cinque stelline per Tizio Caio Qualunque? 


È facile diffidare di noi pivellini, perché non sai mai cosa aspettarti dai nostri lavori.

Non c'è nessuna recensione che possa assicurarti che leggerai un buon libro. Delle cinque stelline, poi, confesso che non mi fido, perché ho sempre il sospetto che siano quelle degli amici o dei familiari. [Magari oneste, ma comunque di parte.] Non c'è un grande nome dell'editoria sulle nostre copertine, a garanzia del fatto che, almeno a qualcuno, magari a milioni di lettori dall'altra parte del mondo, quel libro è piaciuto. Ed è raro trovare le nostre opere sugli scaffali o nelle vetrine delle grandi librerie. È raro perfino trovarli negli store online!
Compri i nostri libri a scatola chiusa, quasi per caso, e poi speri che, almeno, siano scritti in italiano corretto.
A volte rimarrai deluso, certo. Come in tutti i mestieri, c'è chi è bravo e chi lo è un pò meno.
Altre volte, invece, ti accorgerai che quei due o tre euro che hai investito, li hai spesi bene; e che quel grande nome dell'editoria che manca in fondo alla copertina, alla fine, non è così importante.
Non leggerai l'Ernest Hemingway della nostra generazione, o magari si. Te lo auguro! (Mandami il link, nel caso!).
Leggerai una storia, nata dalla penna di un Tizio Caio Qualunque, che magari ha passato nottate intere a scrivere le stesse frasi in decine di modi diversi, perché c'era quel qualcosa che proprio non suonava bene.
Leggerai una storia, nata dalla sola fantasia di un Tizio Caio Qualunque, che magari, dopo la notte passata al computer o sulla sua macchina da scrivere, si è alzato, la mattina, ed è andato a lavorare sul serio.
Leggerai Tizio Caio Qualunque, mi spiego? Non il suo editor, non il suo ghost writer, ma Tizio e basta.
 

Per concludere: cosa è giusto aspettarsi da un esordiente?
Genuinità.
 



Scritto da una esordiente di una piccola casa editrice.
[Onesta, ma comunque di parte.]
 

Per #ilmaggiodeilibri  #LeggiUnEmergente.

martedì 9 dicembre 2014

Il mestiere dello scrittore, secondo me

Lo scrittore é colui che ha una storia da raccontare e che quando scrive, non lo fa per soldi, ma per necessità. Deve scrivere quella storia come deve prendere il suo prossimo respiro. Lo scrittore é colui che sceglie con estrema attenzione ogni singola parola che scrive, perché ogni singola parola ha un'importanza fondamentale. Lo scrittore é colui che vuole che la sua storia lasci un segno su chi la leggerà. In modo più o meno marcato, il suo obiettivo è cambiare la società, lettore dopo lettore.

Non c'é un modo giusto o sbagliato, per fare questo mestiere. Tutti possono essere scrittori, e nessuno può decidere per te, se puoi o non puoi sentirti parte della categoria. 

Potremmo diventare invidiosi, quando qualcuno ha più successo di noi.
Oppure, potremmo scegliere di essere fieri di noi stessi per quello che abbiamo raggiunto con le nostre sole forze.


[Sulla questione Zoella e "Girl Online".]

domenica 23 febbraio 2014

Manifesto dell'insicuro.

Odio le persone insicure di sé stesse.
Le odio dal profondo del mio cuore.
Odio come si comportano, come si atteggiano, come parlano. Odio il fatto che siano i protagonisti perfetti di film e libri. Perché è molto più facile amare un personaggio timido, un po' impacciato, magari un palese coglione, che poi trova in sé il coraggio per emergere, piuttosto che un borioso figlia di puttana, che riesce sempre, che ottiene tutto, e che fa ciò che vuole del mondo intero.

Il problema principale dei film e dei libri che utilizzano lo stereotipo dell'insicuro, come protagonista, è uno solo: [Spoiler alert] L'insicuro rimane insicuro a vita.
Non cambia, non subisce una rapida metamorfosi alla fine, non conquista la ragazza, portandola al ballo, non vince le sue paure sconfiggendo il cattivo. E se anche fa, tutto questo, dopo troverà sempre un nuovo modo per tornare ad essere quello di prima.

L'insicurezza è talmente radicata nell'essere, che non c'è modo per estirparla. Se non è il rapporto con gli altri ad essere insicuro, allora lo è il rapporto con sé stesso, con il proprio corpo, o con i propri gusti, o con le proprie creazioni. L'insicurezza troverà sempre nuovi sfoghi per poter manifestarsi. Puoi tentare di nasconderla, puoi cercare di ignorarla, per qualche breve periodo. Puoi allenarti a combatterla, ma lo sai, che lo sforzo non servirà a nulla.

Odio gli insicuri perché sono egocentrici.
Vogliono passare per riflessivi pseudo-filantropi, con la scusa che stanno spesso zitti e che osservano molto, ma la verità è che sono troppo concentrati sulla loro insicurezza, per fregarsene veramente qualcosa del mondo o degli altri. Se invece di guardare la propria vita allo specchio, spendessero la metà del loro tempo a vivere e basta, diventerebbero molto più felici.

Odio le persone insicure, nonostante, e soprattutto, perché sono io stessa una degna rappresentante della categoria.
Potrei istituire il sindacato degli insicuri. Proteggerei i loro diritti, organizzerei dei corsi di autostima e li farei sfilare su un carro per tutta la città. “Orgogliosi mai!”.

Il problema fondamentale per l’insicuro nasce dall’insensata e patologica paura del giudizio altrui.
Mi viene in mente, pensando ai miei primi anni di scuola, come fosse importante per le mie cattolicissime maestre, insegnarci che “Giudicare è sbagliato”. Un concetto che non mi andava giù neanche allora, ma chi ero io per contestare? Abbassai la testa e feci quello che mi dicevano.
Crebbi nella paura di esprimere giudizi, sperando che gli altri non giudicassero me. Ma presto mi resi conto che non sapevo neanche cosa significasse la parola “giudicare”. E comunque, i voti che mi davano a scuola non erano pure quelli, un giudizio? Qualcosa puzzava.

Ci misi un po’ per uscire dal tunnel. E nel frattempo avevo imparato che non si giudicano le persone con la pelle diversa dalla tua, o con dei gusti diversi dai tuoi, o che parlano una lingua diversa, o che professano una religione differente, o che la pensano diametralmente opposta a te. Col tempo mi resi conto che, forse, quello che le mie maestre intendevano dire, in realtà, era “non discriminare le persone, in base ai tuoi giudizi” oppure “rispetta chiunque allo stesso modo, nonostante i tuoi giudizi” oppure ancora, “Pre-giudicare è sbagliato”, ma assegnare un valore negativo al giudicare in sé, non ha alcun senso. Perché dovrebbe essere sbagliato? Il mondo non si basa, forse, sul giudicare? Non fa parte dell’essere umano giudicare tutto e tutti? In positivo e in negativo, in ambito estetico, morale, politico, religioso, etc… . I libri di storia non sono pieni di personaggi che hanno preso una decisione in base ai loro giudizi? Mi circondo delle persone che giudico amiche, mi allontano dalle persone che giudico non affini con me. E come io giudico loro, anche loro giudicano me. Mi sembra abbastanza naturale come processo.

Ma l’insicuro ha una paura fottuta del giudizio degli altri, e determina la sua intera esistenza, cercando di non attirare l’attenzione su di sé. Sta sempre attento a quello che dice, a quello che fa, legge e rilegge più volte quello che scrive, rimugina su ciò che è avvenuto e immagina ciò che avverrà.
E il poverino, non è afflitto solo dalla paura del giudizio degli altri, ma anche di quello che da a sé stesso. Perché è, per natura, un bastardo egocentrico. Siamo bastardi egocentrici, ammettiamolo.

A volte penso a come ero da piccola.
Sempre in silenzio, sempre trascinata qua e la, da persone che volevano farmi interagire con il mondo esterno. Ma io scuotevo la testa e chiedevo di tornare a casa.
Pensandoci bene, non è cambiato molto da allora, ma, ehi, adesso ho un blog, un libro in uscita, un ragazzo, qualche amico con cui condividerò il resto della mia vita… E sto scrivendo della mia bassa autostima, come se fosse qualcosa di completamente distaccato da me! Quindi, devo immaginare che qualcosa è cambiato, no? Mmm. Non ne sono sicura. Quante volte ho già riletto questo post?!




Inspired by: The Ramones - I got a lot to say

sabato 11 gennaio 2014

Vedere gli occhi di un uomo che muore.


For God, for the Family, for the Country.

Non è che non capisca l'attaccamento alla Patria. Io amo il mio paese, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi.
Non sono una di quelli che vorrebbe andarsene.
Non è nemmeno il mio essere atea, o la forte propensione a starmene per i fatti miei. Posso capire l'attaccamento a qualcosa di superiore. Che sia Dio, o semplicemente la comunità.
Sono pacifista, si. Nel senso che non preferirò mai la guerra alla pace, ma sono perfettamente consapevole che l'uomo è lupo per gli altri uomini (Hobbes).
Odio la violenza, quella fine a sé stessa. Ma il mio vicino di casa è morto almeno una sessantina di volte, nelle mie fantasie. Per quanto mi piacciono i Daft Punk, perdo leggermente le staffe dopo tutto un giorno di around the world, around the world, around the world.
E volendo essere onesti... Il fucile d'assalto in dotazione all'esercito italiano pesa circa quattro chili, la mitraglietta pure -con caricatore pieno, aggiungi un altro chilo con la pistola Beretta, e altri tre con il lanciagranate. A quanto siamo? Dodici chili? E chi li alza su? Non per dire, ma mia nonna sente il bisogno di venirmi ad aiutare, quando le porto il canestro d'acqua su per le scale. Ma, fa niente, sono sempre in tempo per un po' di esercizio. Anzi, sono volenterosa a fare esercizio se si dovesse presentare l'occasione.
Il punto è. Capisco le ragioni che spingono una persona a diventare un soldato. Scegliere di indossare la divisa, non è il problema. L'onore, il sacrificio e il senso del dovere, li comprendo e li rispetto.
Ma insieme alla divisa, viene anche quel fucile d'assalto, e quella Beretta dall'"elevata precisione di tiro", che, prima o poi, potresti essere costretto ad usare. Quello che mi chiedo, quello che non comprendo, è come si possa scegliere, volontariamente, di mettersi in una situazione in cui potrebbe essere necessario uccidere un altro essere umano. Perché è questo che è un soldato: un uccisore, un uomo mandato ad ucciderne altri. Non raccontiamoci favole, non giriamoci attorno. Non facciamo il gioco del Grande Fratello, guardando solo il lato passivo della professione. Il soldato è uno strumento della guerra, anche se la sua missione si chiama "Peace Keeping". Si, sto parlando con te, ONU.
Come te la fai andare bene, quella parte del lavoro?
Cosa racconti ai tuoi figli, quando torni a casa?
Uccidi per non essere ucciso, certo.
For the greater good, direbbero gli americani. Per il bene superiore. Ok.
E prima di andare a dormire, guarderai le tue mani sporche di sangue, e penserai: sono loro sono i cattivi, loro hanno iniziato.
Troverai migliaia di ragioni per giustificare quell'arma nelle tue mani, ma alla fine, quando le conseguenze delle tue azioni verranno a farti visita, mi chiedo, per cosa stavi combattendo veramente? per quale motivo eri su un campo di battaglia?
Per il tuo Dio? che ti vieta espressamente di uccidere?
Per la tua patria? che prende le vesti del Governo, delle Lobby e delle Mafie? Chi sono queste persone? Stai veramente combattendo per loro?!
Per la tua famiglia? che ti ha salutato in lacrime all'aeroporto, pregando che tu tornassi sano e salvo?
Non lo so. Forse, in realtà, ho solo una profonda ammirazione per queste persone. Le vedo come qualcosa di distante da me, e il cercare di comprenderli, me li fa rispettare sempre di più.
O forse, sono arrivata a patti con la mia coscienza, e mi sono detta che fare il soldato, è solo un lavoro come un altro, e ha i suoi lati negativi.
O forse, mi sono semplicemente resa conto, che, come non esiste la pace, senza la guerra, non potrebbe esistere la libertà, senza qualcuno che la protegga.
La libertà.
È per quella, che stavi combattendo?!
Ti devo ricordare che la tua libertà, finisce quando inizia quella degli altri?



Inspired by:

giovedì 5 dicembre 2013

Scrivo.

Scrivo, principalmente, perché la mia salute mentale lo richiede.
Scrivo perché le mie dita hanno bisogno di premere tasti a ripetizione, per non congelarsi anche a ferragosto.
Scrivo perché è quello che so fare meglio. Il che, la dice lunga sul resto delle mie abilità.
Scrivo perché prima di addormentarmi, immagino storie, invento personaggi, costruisco conversazioni che avvengono tra gente mai esistita, escogito situazioni ed eventi in cui io mai mi troverò.
Scrivo perché la mia vita non mi basta. Voglio vivere le vite anche dei miei personaggi.
Scrivo perché se no mi dimentico le cose. Tipo, i vicini mi devono ancora dieci euro per le ripetizioni che ho dato al figlio. Me li devono da due anni, ormai, e io non me lo sarei mai ricordata se non l'avessi scritto su un post it.
Scrivo perché un giorno mia madre, rispondendo a una domanda di quei test sulla personalità che trovi nell'enigmistica, disse che, per una donna, guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro della propria mente, sarebbe il massimo dell'emancipazione. Non so se lo pensa ancora, ma io si. Non ho mai dimenticato le sue parole.
Scrivo perché non so parlare in pubblico. Cioè, so parlare in pubblico, è l'imbarazzo che mi frega, e le guance bordeaux. Non sto scherzando. É una malattia seria, si chiama eritrofobia. E si, baso le mie conoscenze mediche su Grey's Anatomy e Google.
Scrivo perché odio telefonare. Quindi grazie Whatsapp!
Scrivo per lo stesso motivo per cui mi piace leggere. Navigare con la fantasia. E andare molto, molto lontano.
Scrivo perché è quello che vorrei fare nella vita. Ma non l'ho mai detto a nessuno, al massimo l'ho scritto.